Continua ad essere la Lombardia la locomotiva d’Italia con un +1,2% di Pil quest’anno più che doppio rispetto al +0,5% del 2025 e consumi in crescita dell’1,8%. Il resto del Nord Ovest resterà invece sotto la media nazionale (0,8% Piemonte e Val d’Aosta e + 0,7 la Liguria, addirittura in calo dal +1% di un anno fa, contro +0,9%). A quota 1% troviamo infatti solamente Lazio e Trentino Alto Adige, nel Nord Est Veneto e Friuli crescono ma a loro volta non vanno oltre il +0,8%, l’Emilia Romagna arriva a +0,9%, al Sud flette la Campania, ripartono Puglia e Molise mentre in coda alla classifica si piazzano Basilicata e Calabria entrambe con un +0,6% e la più bassa performance sul fronte dei consumi (rispettivamente +0,4 e +0,5%), consumi che al Sud restano ancora sotto il livello del 2007. È un’Italia «a più velocità» che preoccupa non poco il presidente di Confcom Carlo Sangalli che nei dati appena elaborati dal suo centro studi vede «il rischio di un ulteriore allargamento dei diva territoriali. La crescita – spiega – non può viaggiare stabilmente a due velocità: se il Sud rallenta, rallenta tutto il Paese. Il divario non è solo economico: è anche demografico, occupazionale, infrastrutturale e sociale. Per questo servono politiche territoriali mirate, non interventi indistinti».
Presidente, divari a parte, come va l’economia del Paese?
«Arriviamo da una fase in cui, dopo il +0,5% del Pil nel 2025, i primi mesi del 2026 hanno mostrato segnali positivi: consumi, turismo, produzione industriale e occupazione ai massimi. La nostra stima di crescita per il 2026, che vede un 0,9%, sostanzialmente come la Francia e più del doppio della Germania, è certamente incoraggiante, soprattutto se letta dentro uno scenario internazionale ancora incerto e complicato. Anche sul versante dei consumi, la nostra previsione di crescita dell’1,2% conferma una buona capacità di tenuta delle famiglie. In una parola, non siamo davanti a un boom, ma neppure a un Paese fermo. Il problema resta trasformare una crescita modesta in crescita robusta».
Cosa ci serve per ripartire?
«I fondamentali ci sono, ma non bastano. Per crescere di più servono meno fisco e meno burocrazia, perché troppe tasse e troppi adempimenti riducono investimenti, fiducia e consumi. E’ prioritario e urgente ridurre il costo dell’energia, che resta un fattore critico per commercio, turismo, trasporti e servizi. Bisogna investire su capitale umano, competenze, giovani e partecipazione femminile al mercato del lavoro. E occorre rafforzare il terziario di mercato, perché è il settore che più di ogni altro crea occupazione e tiene insieme le comunità. Poi se riusciremo a trasformare gli incentivi in investimenti aggiuntivi e buona occupazione la Zes potrà diventare uno dei motori della crescita del Paese e non solo del Sud».
Ma per riavvicinare il Sud al Nord serve qualche intervento specifico?
«Un nuovo piano di investimenti, secondo la logica del Pnrr, può rappresentare un’occasione per rafforzare la competitività del Paese e contribuire a ridurre i dislivelli territoriali migliorando infrastrutture, servizi e capacità di attrarre imprese e lavoro».
Venerdì con tutte le altre associazioni datoriali avete siglato un accordo che segna una svolta nelle relazioni sindacali del Paese.
«È un risultato importante e necessario, perché introduce criteri oggettivi, certi e misurabili per stabilire chi rappresenta davvero le imprese. L’accordo valorizza elementi che per Confcommercio sono identitari: storia, presenza nelle relazioni sindacali, rappresentanza europea, welfare contrattuale e numero di lavoratori coperti dai contratti. Insomma, il punto politico è chiaro: i contratti leader devono essere quelli firmati da chi ha numeri, storia e responsabilità. Questo accordo è certamente anche uno strumento anti-dumping, che io definisco una vera e propria piaga sociale in aumento che penalizza tutti: i lavoratori, con una perdita di salario — mediamente fino a 8.000 euro all’anno – e meno tutele, le imprese corrette con concorrenza sleale e lo Stato con minori entrate».
Quanto perde lo Stato?
«Il danno per la finanza pubblica è rilevante. Le nostre stime indicano un mancato gettito contributivo e fiscale di circa 560 milioni di euro l’anno». E adesso cosa cambia in concreto? «L’accordo punta a definire meglio i perimetri contrattuali, anche attraverso i codici Ateco, evitando, quindi, “allargamenti” impropri. É questa la strada giusta per tutelare lavoratori, imprese corrette e qualità della concorrenza. L’altro aspetto importante è il riferimento al Trattamento economico complessivo (Tec), un principio che condividiamo pienamente. Ridurre un contratto alla sola paga oraria è un errore. Il vero metro è, appunto, il Tec: è lì che si misura la qualità della contrattazione e il valore che le parti sociali costruiscono per lavoratori e imprese».
Secondo lei non serve introdurre un salario minimo, i famosi 9 euro l’ora, come chiedono i partiti di opposizione e la Cgil?
«Il nostro ordinamento dispone già dello strumento più efficace per garantire salari equi, ed è la contrattazione collettiva delle organizzazioni comparativamente più rappresentative. E lì che si definiscono non solo le retribuzioni, ma anche welfare, formazione, previdenza complementare, assistenza sanitaria e tutte le tutele che fanno parte del trattamento economico complessivo. Fissare per legge una soglia uguale per tutti rischia di non tenere conto delle profonde differenze tra settori e modelli organizzativi».
Ora incontrerete i sindacati confederali che a loro volta tra loro hanno raggiunto un’intesa analoga. Cosa vi aspettate?
«È una responsabilità storica che noi abbiamo insieme ai sindacati. Soprattutto perché a settembre partiranno i rinnovi contrattuali e questo passaggio sarà propedeutico anche per chiudere le piattaforme con l’obiettivo di garantire una maggiore qualità del lavoro. Ed è un passaggio di particolare importanza perché accresce il ruolo delle rappresentanze di impresa e dei sindacati. E in questo campo va dato atto al Governo di aver riconosciuto l’autonomia delle parti sociali senza ingerenze improprie. E, inoltre, di aver fatto un percorso di sostegno con la detassazione dei rinnovi contrattuali, peraltro rinnovati anche per il prossimo anno».