Il “tax gap” – ossia la differenza tra il gettito tributario e contributivo teorico e il gettito effettivamente incassato dallo Stato – è un tema ampiamente dibattuto negli ultimi anni, sia a livello europeo, sia a livello nazionale. In base all’ultima “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva (anno 2025)” del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il “tax gap” in Italia ammonta ad una cifra compresa tra 98,1 miliardi di euro e 102,5 miliardi di euro. L’economia sommersa rappresenta circa il 9,1% del PIL.
La disponibilità di stime sempre più raffinate e la trasparenza metodologica consentono, oggi, non solo di misurare il fenomeno, ma anche di poterlo utilizzare come un indicatore, capace di restituire informazioni rilevanti sul funzionamento complessivo del sistema fiscale del nostro Paese.
Il primo elemento che merita di essere sottolineato è che il divario di gettito è il risultato di una pluralità di fattori: comportamenti fraudolenti, errori, incertezze interpretative, difficoltà oggettive di misurazione delle basi imponibili e, in alcuni casi, vere e proprie disfunzioni del sistema normativo ed amministrativo. In questa prospettiva, il “tax gap” è, sicuramente, una misura di illegalità, ma serve anche a segnalare la qualità delle regole, degli strumenti di attuazione e del rapporto tra l’Amministrazione finanziaria ed i contribuenti. Se si parte da questo punto di vista, appare evidente che il superamento del “tax gap” non può essere perseguito, esclusivamente, attraverso un rafforzamento dell’azione repressiva, in quanto l’esperienza dimostra che l’incremento dei controlli ex post, se non accompagnati da interventi strutturali, produce effetti limitati e spesso temporanei.
Al contrario, le riduzioni più significative del divario di gettito si sono registrate quando sono intervenuti cambiamenti nei meccanismi stessi di formazione dell’imposta, capaci di incidere sui comportamenti prima ancora che sugli illeciti.